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IL PRUNO A FORMA DI DRAGO

Nel XVIII secolo, durante l’era Kyoho a Momoyama Fushimi viveva un vecchio giardiniere, Hambei, che era amato e rispettato per la sua natura gentile e la sua grande onestà. Pur essendo povero, Hambei era riuscito a risparmiare abbastanza per vivere e aveva ereditato dal padre una casa con il relativo giardino. Di conseguenza era felice. Il suo passatempo preferito era quello di curare il giardino e un pruno di una bellezza straordinaria, noto in Giappone con il nome di furyo, che significa “drago giacente”. Questi alberi hanno grande valore e sono molto richiesti per la decorazione dei giardini. Cosa abbastanza curiosa, benché se ne possano vedere molti sulle montagne o su isole selvagge, molto di rado si trovano in luoghi abitati, tranne che nei pressi di grandi centri commerciali.

Anzi, i giapponesi hanno quasi una venerazione per alcuni di questi alberi a forma di furyo e li lasciano stare, si tratti di pini o di pruni. Hambei amava talmente quell’albero che nessuna offerta, per quanto generosa, l’avrebbe indotto a separarsene. I colori e le curve di quel vecchio e piccolo pruno erano così famosi, che molte volte gli avevano offerto forti somme di denaro per acquistarlo. Hambei non lo amava solo per la sua bellezza, ma anche perché era appartenuto già a suo padre e a suo nonno. Ora che era vecchio, con la moglie che soffriva di demenza senile e i figli ormai fuori casa, quell’albero era il suo principale compagno. In autunno ne curava l’aspetto ripulendolo dalle foglie morte e morenti.

A novembre e dicembre si sentiva dispiaciuto e vicino a lui per il suo stato freddo e nudo, ma a gennaio era felice di sorvegliare le gemme che a febbraio sarebbero fiorite. Quando fiorivano, aveva l’abitudine di permettere alla gente, in determinate ore del giorno, di venire a vedere l’albero e raccontava storie di fatti realmente accaduti che riguardavano il pruno. Quando se ne andavano, Hambei si occupava di sfrondare e legare l’albero. Nella stagione calda indugiava sotto di lui fumando la pipa e spesso era ricompensato per le sue cure da due o tre dozzine di prugne squisite, che apprezzava e amava quanto e forse più che se si fosse trattato dei suoi stessi figli. E così, anno dopo anno, quell’albero era diventato un compagno tanto intimo di Hambei, che nemmeno un’offerta da re sarebbe riuscito a comprarlo.

Ma, ahimè! Nessuno è destinato a essere lasciato in pace a questo mondo. Puoi star certo che presto o tardi qualcuno vorrà avere ciò che possiedi. Accadde che un alto ufficiale dell’imperatore sentì parlare dell’albero furyo di Hambei e desiderò averlo per il suo giardino. Questo dainagon I° mandò il suo servitore personale, Kotaro Naruse, da Hambei con una proposta di acquisto, senza dubitare neppure per un istante che il vecchio giardiniere avrebbe subito venduto, se la somma offerta fosse stata sufficiente. Kotaro Naruse giunse a Momoyama Fushimi e fu ricevuto con i dovuti omaggi. Dopo aver bevuto una tazza di the, comunicò di essere stato mandato per accordarsi al fine di prendere il pruno furyo per il dainagon. Hambei era perplesso. Che scusa poteva trovare per opporre un rifiuto a una persona tanto in alto? Fece un commento indeciso e abbastanza ingenuo, del quale il furbo servitore approfittò subito. «Per nessuna ragione», disse, «posso vendere questo vecchio albero. Ho già rifiutato molte offerte che mi sono state fatte». «Non ho mai detto di essere stato mandato a offrire del denaro per comprarlo», disse Kotaro. «Ho detto che sono stato mandato a prendere accordi in modo che il dainagon possa avere il pruno trasportato con cura fino al suo palazzo, dove ha intenzione di accoglierlo con tutto il cerimoniale e di trattarlo con il massimo della gentilezza. È come condurre una sposa al palazzo per il dainagon. Pensa quale onore sarebbe per il pruno essere unito in matrimonio con una persona di una casata tanto illustre! Dovresti essere orgoglioso di una simile unione per il tuo albero! Accetta il mio consiglio e accondiscendi al desiderio del dainagon!»

Che poteva dire Hambei a questo punto? Una persona di umili natali come lui alla quale un valoroso samurai chiedeva un favore nientemeno che per il dainagon! «Mio signore», rispose, «la tua richiesta per conto del dainagon è stata fatta con tanta cortesia che non mi sognerei mai di rifiutare. Ma devi dire al dainagon che l’albero è un regalo, perché non posso venderlo». Kotaro fu molto soddisfatto per il successo del suo stratagemma ed estraendo un sacchetto dal suo abito, disse: «Come usa quando si fa un regalo, ti prego di accettare quest’altro piccolo dono come contraccambio» Per la grande meraviglia del giardiniere il sacchetto conteneva dell’oro. Lo restituì a Kotaro, dicendo che non poteva accettare il dono, ma incalzato dalla parlantina del samurai, alla fine accettò. Non appena Kotaro lo ebbe lasciato, Hambei si pentì di questo. Si sentiva come se avesse venduto la sua carne e il suo sangue, come se avesse venduto sua figlia al dainagon.

Quella notte non riuscì a dormire. Verso mezzanotte la moglie corse nella sua stanza e, tirandolo per la manica, gridò: «Tu, vecchio disgraziato! Tu, infame vecchio mascalzone! Alla tua età! Dove hai scovato questa ragazza? Ti ho scoperto! Non dirmi bugie! E adesso vuoi anche picchiarmi, lo vedo dai tuoi occhi. Non mi stupisce che ti vendichi così, devi essere un vecchio pazzo!» Hambei pensò che sua moglie fosse uscita di senno. Lui non aveva visto ragazze. «Di cosa stai parlando, Obaa-San?»2 chiese. «Non ho visto ragazze e non so di cosa stai parlando». «Non mentirmi! L’ho vista! L’ho vista con questi occhi mentre scendevo per bere una tazza d’acqua!» «Hai visto, hai visto! Che significa che hai visto?» disse Hambei. «Credo che tu sia diventata matta, se credi di vedere ragazze!» «L’ho vista! L’ho vista piangere fuori della porta. E che bella ragazza che era, vecchio sporcaccione! Non più di diciassette o diciotto anni».

Hambei uscì dal letto per controllare se la moglie aveva detto la verità o era veramente diventata matta Arrivato alla porta, udì singhiozzare e, quando la aprì, vide una bella ragazza. «Chi sei? e cosa fai qui?» chiese Hambei. «Sono lo spirito del pruno che per tanti anni hai curato e amato, come avevano fatto tuo padre e tuo nonno prima di te. Ho saputo, e la cosa mi ha molto rattristato, che hai concluso un accordo per cui dovrò essere spostata nel giardino del dainagon. Può sembrare una grande fortuna appartenere una nobile famiglia e un onore entrare a farne parte. Non dovrei lamentarmi, invece sono triste perché mi toglieranno dal luogo in cui ho vissuto tanto a lungo e mi allontaneranno da te, che sei venuto incontro con tanta premura alle mie necessità.

Non puoi farmi restare qui ancora un po’, almeno finché vivo? Ti prego, fallo!» «Ho promesso che sabato ti avrei mandato al dainagon a Kyoto, ma non posso respingere la tua richiesta, perché desidero averti qui. Intanto rasserenati, e io vedrò cosa si può fare», disse Hambei. Lo spirito si asciugò le lacrime, sorrise ad Hambei e scomparve tra i rami dell’albero, mentre la moglie di Hambei stava a guardare sbalordita, incerta se tutto questo non fosse una burla di suo marito.

Alla fine giunse il sabato fatale in cui l’albero doveva essere spostato, e Kotaro si presentò con molti uomini e un carro. Hambei gli raccontò cos’era accaduto, gli parlò dello spirito dell’albero e di come lo aveva supplicato. «Tieni! Riprenditi il denaro, ti prego!» disse il vecchio. «Racconta la storia al dainagon così come io l’ho raccontata a te, e di sicuro avrà pietà». Kotaro si arrabbiò e disse: «Da dove arriva questo voltafaccia? Hai bevuto troppo sakè per caso? o ti stai prendendo gioco di me? Stai attento, ti avverto, altrimenti finirai per trovarti senza testa. Anche ammesso che lo spirito dell’albero ti sia apparso sotto forma di una ragazza, come può aver detto che gli dispiace di abbandonare il tuo misero giardino in cambio di un posto d’onore in quello del dainagon? Sei un pazzo, e un pazzo offensivo per di più, come osi restituire al dainagon il suo regalo? Come potrei spiegargli la tua offesa, e cosa penserebbe di me? Dato che non vuoi mantenere la tua parola, prenderò l’albero con la forza, e se non potrò farlo, ti ucciderò». - Lo spirito dell’albero appare a Kotaro e al vecchio - Kotaro era furibondo. Buttò a terra Hambei a forza di calci e, sguainata la spada, stava per tagliargli la testa, quando improvvisamente ci fu un piccolo sbuffo di vento profumato di fiori di pruno, e subito dopo di fronte a Kotaro c’era la bella ragazza, lo spirito del pruno! «Togliti di mezzo, o ti farai male!», gridò Kotaro. «No, non me ne andrò. È meglio che tu uccida me, lo spirito che ha causato tanti guai, piuttosto di uccidere un povero vecchio innocente», disse lo spirito. «Non credo agli spiriti degli alberi», disse Kotaro. «Che sei uno spirito si vede, ma sei solo quello di una vecchia volpe. Quindi accoglierò la tua richiesta e ti ucciderò per primo». Ciò detto, vibrò un fendente con la spada e percepì chiaramente di aver tagliato un corpo da parte a parte. La ragazza scomparve, e tutto ciò che cadde fu un ramo del pruno e molti fiori che stavano sbocciando. Kotaro capì allora che quanto gli aveva detto il giardiniere era vero e si profuse in scuse. «Porterò questo ramo al dainagon», disse, «e spero che ascolti la storia». E fu così che lo spirito dell’albero salvò la vita di Hambei.

Il dainagon udì la storia e fu tanto commosso che inviò al vecchio giardiniere un messaggio gentile, dicendogli che poteva tenere sia l’albero che il denaro quale espressione del suo rammarico per i fastidi che gli aveva causato. Ma ahimè, malgrado le cure di Hambei, l’alberò seccò e morì poco dopo il crudele colpo di Kotaro. Per molti anni l’albero secco fu oggetto di venerazione.